Parashat Vayesh & Miketz 18 dicembre 2020

Vayesh:  Genesi 37:1:40:23 & Miketz:  Genesi 41:1-44:17

(Settimana scorsa ci siamo concentrati su Hannukah – questa settimana recensiremo le porzioni di settimana scorsa e di questa settimana)

 Riassunto:

 Le nostre porzioni si concentrano sulla storia di Giuseppe. Leggiamo del sogno di Giuseppe in cui il grano e le stelle si inchinano a lui.

Incontriamo un uomo misterioso che dirige Giuseppe nei campi. Poi ci viene detto che Giuseppe viene gettato in una fossa per poi essere venduto a dei mercanti da parte dei suoi fratelli gelosi. La nostra porzione ci racconta di un intrigo sessuale nella città di Tamar. In seguito a questo torniamo a Giuseppe ed al suo viaggio in Egitto che lo porta alla casa di Potiphar e a sua moglie. Infine, da una prigione egiziana, Giuseppe si trasforma da prigioniero ad interprete di sogni per molti, tra cui anche il faraone. Nella nostra seconda porzione, Giuseppe si trova in una posizione di potere e dà istruzioni all’Egitto sul come prepararsi per una carestia. In cerca di cibo, giungono in Egitto anche i fratelli di Giuseppe. Giuseppe li riconosce ed organizza un ritrovo forzato che avrà luogo nella porzione di settimana prossima.

 Insegnamento:

 Queste due porzioni includono diverse storie che impartiscono lezioni profonde. Cosa deve fare un ebreo, cosa deve fare un rabbino-così tanti temi, così tante lezioni, così tante opportunità per imparare!

Nel rileggere questa parsha mi sono perso nelle cose macroscopiche, finchè non ho notato quelle microscopiche, in particolare un piccolo verso che viene ripetuto nel corso della porzione. Ho sentito il suo richiamo nella grande ricchezza di questo testo.

Dopo essere stato venduto come schiavo, troviamo per quattro volte le parole: כי יהוה אתו –L’Eterno era con lui (con Giuseppe). I nostri commentatori vedono un problema. Ma Dio non è ovunque? Stiamo parlando di Giuseppe– uno dei nostri antenati, ed un amico intimo di Dio. Questa frase necessita interpretazione!

Ed i nostri rabbini hanno colto la sfida!

In un  Midrash, Rav Huna cerca di risolvere il problema. Lui insegna che il verso significa che “Giuseppe sussurrò il nome di Dio quando lo sentiva essere con lui e quando lo lasciava”. Non è che Giuseppe ricevette trattamenti di favore da parte di Dio…al contrario, Giuseppe coltivò una personale coscienza interna della presenza di Dio. Ripetendo costantemente il nome di Dio ed invocando il suo amore e coinvolgimento, Giuseppe si allenò a vedere il miracoloso nell’ordinario, a provare meraviglia nel mondano. Rav Huna va oltre ancora. Egli insegna che Giuseppe sussurrò il nome di Dio. La sua esperienza religiosa era interna. Non aveva bisogno di dare testimonianza orale della presenza di Dio, lui semplicemente ricordava a se stesso quando lo accompagnava e quando lo lasciava.

L’Eterno era con Giuseppe…in maniera silenziosa, nel sussurrare il nome di Dio, Giuseppe portò Dio nella sua vita quotidiana.

Anche il grande commentatore, Rashi nota il verso e tenta di risolvere il problema in maniera diversa. “Il nome di Dio era spesso e fluente, nella sua bocca.” Per Rashi, Giuseppe parlava ad alta voce di Dio e solo con Dio. Giuseppe condivise il suo grande amore per Dio, la sua voglia di servirlo, facendo sapere ad altri che Dio era costantemente presente nella sua vita. A cosa serve testimoniare ad alta voce? Tramite la sua affermazione pubblica di Dio, Giuseppe può aver portato altri a considerare il proprio rapporto con Dio. Nel parlare di Dio ad alta voce, Giuseppe lanciò una sfida, portando altri a riconsiderare i propri pensieri e di cercare Dio nelle loro vite.

L’eterno era con Giuseppe…in maniera ovvia e pubblica, Giuseppe raccontava della presenza di Dio nel mondo e nella sua vita, e così facendo portò Dio nella propria coscienza ed in quella altrui.

Silenziosa pietà o aperta testimonianza, due interpretazioni di un solo verso. Entrambe insegnano qualcosa. Entrambe ci offrono un modello.

A volte l’Eterno è con noi in maniera silenziosa e personale, quando rappresentiamo l’amore di Dio e seguiamo i suoi insegnamenti, quando ci comportiamo in maniera divina, chiedendo giustizia per i rifugiati, visitando i malati, prendendoci cura dei senzatetto.

 

A volte l’Eterno è con noi in maniere più pubbliche: quando parliamo con Dio. Che questo sia in una sinagoga, durante lo studio di Torah, o nel nostro vivere quotidiano, dobbiamo parlare, condividere, imparare dagli altri nel come concepiamo Dio, come l’ebraismo possa concretizzare questa storia d’amore con il nostro creatore, il nostro liberatore.

“L’Eterno era con lui”. Proprio come Dio fu con Mosè in modo silenzioso e personale, proprio come Dio fu con Giuseppe in modo pubblico e comunale, così possa Dio essere con noi. Che possiamo agire in maniera divina nella vita di tutti i giorni. E che possiamo testimoniare alla presenza di Dio nelle nostre vite.

Shabbat Shalom

Rabbi Don Goor